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COSA RESTA...
2013
Scritto da Elisabetta   
Domenica 02 Giugno 2013 15:16

elmo di idee

La campagna elettorale è finita, abbiamo votato e deciso chi dovrà amministrare per i prossimi  cinque anni. Quali eco restano, quali strascichi rimangono?

Non ho mai condiviso il famoso proverbio “In amore come in guerra tutto è lecito” nonostante riguardi una sfera solo privata e riferita a sentimenti personali, figuriamoci se applicata ad un ambito pubblico come quello della politica.Penso che in campagna elettorale non sia tutto concesso in nome della vittoria che si vuole conseguire!
Torno allora alla domanda iniziale: cosa è rimasto?
Sicuramente la delusione per la sconfitta; ma più forte, per me, lo sconforto nel constatare che qui, per quanto finiscano i 20enni (intesi come periodi), spariscano i partiti per far posto ad altri, vecchi personaggi si facciano da parte, un certo modo becero di fare politica non muore mai.
Ricordate i «Bravi» de «I Promessi sposi»? Erano la soldataglia al servizio dei signorotti di campagna che comandavano nell'Italia settentrionale del Cinquecento e Seicento, de facto braccio armato e spesso prepotente del potere locale, avevano il compito di garantire nel contado di spettanza del padrone che il volere di chi comandava fosse rispettato, con le buone o con le cattive. Bene, nelle ultime settimane abbiamo potuto rispolverare anche queste nozioni di letteratura grazie ad alcuni episodi di vita paesana.
E mi è tornato in mente anche un intervento letto qualche tempo fa, di Saviano su l'Espresso: «Un voto familiare per una Tac» o un altro esame diagnostico «(...) Un voto per (...) un lampione nel cortile, (...) Un voto per un posto di lavoro oppure una casa». Scandaloso vero?
Pensavo che la campagna elettorale fosse un periodo preparatorio che nasce da una semplice considerazione: non tutti siamo pronti per il voto, le posizioni cioè non sono già delineate per tutti gli elettori. Allora è importante leggere i programmi, valutare l'affidabilità e le capacità dei candidati, confrontare le idee e soprattutto avere l'onestà di non sembrare sostenitore di tutti gli schieramenti; è importante chiedere spiegazioni ai candidati, a viso aperto, e avere il coraggio di dissentire quando non si è d'accordo. Il “buon voto” richiede dunque un progetto per non svilirsi in una somma di atti senza scopo o fin troppo caratterizzati dallo scopo: un voto, a qualsiasi prezzo.
Così ammetto di essere stanca: di chi riesce ad estrapolare dai tuoi discorsi una frase ad effetto per creare il polverone del giorno, di polemiche che raramente entrano nel merito delle proposte e anche della caratura morale e intellettuale dell’avversario, di sentire sentenziare gente che apre bocca senza esser prima informata dei fatti e senza avere un minimo di infarinatura di come funzioni il meccanismo della cosa pubblica.
Intendiamoci: tutti abbiamo diritto ad avere un’opinione, ma non è possibile che su una opinione qualunque il polverone salga alimentando la confusione.
Sono stanca di vedere come qualsiasi tentativo di sereno dialogo venga azzerato dalla logica perversa delle inimicizie personali, delle vendette trasversali e del bisogno smodato di «potere», in una sorta di non dichiarata guerra che certamente non porta alla crescita di nessun essere umano, tantomeno di un paese.  Sono anche molto, molto stanca di vedere che molte persone qui confondono i rapporti di amicizia, di buon vicinato o di civile conoscenza con le posizioni politiche e sono disposte a farti la guerra ogni giorno se non la pensi (o non hai votato) come (per) loro o i loro parenti. Sono stufa di certe beghe da cortile, di questi cicalecci da portierato che non conducono assolutamente da nessuna parte e che scavano fossati difficili da ricolmare, di questa politica da amicidemaria che si spaccia come alternativa.
Dichiaro, infine, di essere ufficialmente satura delle prese in giro di chi, pur di salire sul carro del vincitore, è disposto a contraddirsi cento volte facendo finta di non avere detto ciò che, ahimè, è stato sentito da molti.

 

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