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COMUNI E PROVINCE, LA RIFORMA PENSI AL CITTADINO
2012
Scritto da La Redazione   
Sabato 24 Novembre 2012 19:06

art118

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mons. Bruno Forte del 18 u.s. E' giusto dare voce e spazio a tutte le opinioni.

«Piccolo è bello!». Questa frase serve a volte a giustificare o gratificare situazioni di minorità. Non è in tal senso che la richiamo all'inizio di questa breve riflessione sugli aspetti etico-sociali della riforma in discussione riguardo all'assetto istituzionale dello Stato, e in particolare alla riduzione delle Province, che ha suscitato un vero e proprio vespaio (termine che non mi pare inappropriato per caratterizzare l'insieme delle reazioni emerse, specie a livello di base). Mi chiedo, dunque: è proprio vero che la diminuzione numerica di alcune istituzioni territoriali (Province, ma anche - come ventilato da alcuni in altri momenti - piccoli Comuni) sia la via migliore per risanare la macchina dell'amministrazione pubblica? O non è forse a livello più alto (Parlamento e politica nazionale e regionale) che è più urgente e necessario intervenire? Per dare risposta a queste domande vorrei proporre tre criteri di discernimento di carattere etico-sociale.

Li ricondurrei rispettivamente ai concetti di rappresentanza, di prossimità e di gratuità (i primi due costitutivi del cosiddetto "principio di sussidiarietà", che ispira ogni sana articolazione dello Stato attraverso la valorizzazione dei poteri e delle responsabilità locali).
Il criterio di rappresentanza dovrebbe ispirare tutte le forme istituzionali di una democrazia matura: esso sta a dire che la gente deve poter esprimere chi la rappresenta, riconoscendo e verificando questa rappresentanza costantemente, e deve poter sperimentare che ai vari livelli della vita dello Stato, e soprattutto ai più alti, ci sia qualcuno che si faccia voce dei suoi problemi e dei suoi bisogni. L'attuale realtà del Paese non sembra realizzare quanto richiesto da questo criterio: anche grazie a una legge elettorale, che a parole quasi tutti vogliono cambiare, ma che nei fatti sembra far comodo a molti, la classe politica "clona" per lo più se stessa e la rappresentanza parlamentare appare molto spesso più rappresentativa di interessi di potere, che non di interessi popolari e generali.

Ora, se c'è un'istituzione che rappresenta di fatto i cittadini e proprio per questo è continuamente chiamata a confrontarsi con i bisogni reali e gli appetiti più vari da discernere, questa è l'amministrazione comunale e potrebbe essere - nel caso le venissero dati più poteri - quella provinciale, soprattutto se di dimensioni territoriali rispettose delle identità storico-culturali ed economico-sociali del territorio (con l'attuale proposta del Governo si ha il paradosso di Regioni in cui l'unica Provincia che ha i requisiti per restare tale dovrebbe scomparire, perché altre hanno città capoluogo più popolose: emblematico il caso Abruzzo!). Il criterio di rappresentanza mi sembra spingere in una direzione opposta a quella che si starebbe per realizzare: ciò che occorre è avere meno parlamentari, meno poteri regionali (ridimensionando un federalismo che appare tutt'altro che solidale), e più sostegno ai Comuni, anche piccoli, e alle Province, che - pur se riorganizzate - non dovrebbero cancellare le identità, coniugando eventualmente unificazioni e decentramento (ad esempio con una dislocazione articolata delle sedi delle principali istituzioni pubbliche nei diversi capoluoghi associati).

La riflessione sulla rappresentanza si collega così naturalmente a quella sul criterio di prossimità: chi vuol servire il bene comune nell'agire politico deve essere vicino alla gente, ascoltarla, accompagnarla, promuovere la qualità della vita di tutti in maniera solidale ed efficace. Visitando continuamente le comunità affidate al mio ministero episcopale, distribuite in ben 91 Comuni, mi rendo conto di come il nostro popolo, per lo più, non abbia in sede politica nazionale chiari punti di riferimento. Figure carismatiche della politica del passato, che avevano sposato la causa del territorio di cui erano espressione e si rendevano presenti in esso di continuo con piena disponibilità all'ascolto e alla soluzione dei problemi, oggi non esistono più. Il cittadino comune non sa chi possa essere voce delle proprie istanze, e più in generale viene da domandarsi chi possa dar voce a chi non ha voce, per patrocinarne la causa secondo giustizia e solidarietà. Se principio di prossimità vuol dire relazione continua e feconda fra rappresentanti e rappresentati, non c'è dubbio che questo rapporto si realizzi più e meglio lì dove le istituzioni hanno dimensioni territorialmente contenute, come avviene a livello comunale e potrebbe avvenire a livello provinciale. Una nuova, auspicabile legge elettorale nazionale dovrebbe in tal senso garantire tanto la scelta dei singoli cittadini sulle persone degli eletti, quanto l'effettivo legame fra il territorio e chi lo rappresenta.

Un accenno, infine, va fatto al principio di gratuità: esso è stato chiaramente proposto a livello economico nell'Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. Il profitto non può essere criterio esclusivo dell'agire economico. Una "economia civile" - per usare la formula dell'abate chietino Antonio Genovesi, primo teorizzatore dell'economia politica nel XVIII secolo - richiede che una parte dei proventi sia sempre reinvestita per migliorare le condizioni di tutti e dell'insieme della società. Questo principio di gratuità va applicato rigorosamente ai protagonisti della politica e delle istituzioni: ad essi va chiesto di mettersi al servizio, rifiutando la tentazione di servirsi del proprio potere al fine di promuovere interessi personali o di "lobbies". In altre parole, a poco servirà una riforma dell'assetto istituzionale se ad essa non corrisponderà una profonda riforma morale: l'Italia, ferita dai recenti scandali della politica, ha bisogno di una rigenerazione, che passi non solo attraverso protagonisti nuovi, ma anche e soprattutto attraverso cuori e pensieri nuovi. Anche qui un maggiore, effettivo controllo degli elettori sugli eletti, garantito da una maggiore prossimità e da un'effettiva rappresentanza, potrà aiutare a stimolare e sostenere il "sussulto morale" di cui si avverte fortemente il bisogno. Queste ultime considerazioni potranno apparire ad alcuni voce di un sognatore, che non si arrende alla durezza del reale. E, tuttavia, anche il sogno, se condiviso da tanti, può divenire contagioso e cominciare a trasformare la realtà.

 

 

Commenti  

 
+1 #1 Elisabetta 2012-12-07 20:53
Premesso che condivido l'intento di ridurre il numero delle Province, in troppi casi diventate solo degli inefficienti carrozzoni,non sono d'accordo anche con altre opinioni espresse nell'articolo. Mi sembra emerga una visione paternalistica della politica, che personalmente non approvo: i cittadini dovrebbero conoscere i propri diritti e portare avanti le proprie istanze senza dover confidare nel "buon politico" di turno che si attiva per il "particulare". E' ncessario invece, secondo me, avere una visione moderna dell'organizzazione politica ed amministrativa del territorio: in una società complessa come quella di oggi bisogna pensare a consorziarsi, a mettere insieme le risorse di ogni piccola realtà per garantire a tutti maggiore efficacia degli interventi. Non accetto il campanilismo e la frammentazione perchè li ritengo inutili e deleteri. Per quanto riguarda il rinnovamento dei politici credo che la Chiesa debba fare la sua parte per davvero: non può stigmatizzare in alcune occasioni certi comportamenti disonesti ed amorali e poi non prendere posizioni nette dal punto di vista politico
 

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